Calasca Castiglione

LE PASTORELLE DI GIUCOLA.

Due secoli fa tra le pastorelle dell'alpe Giucola sorse, una sera, un'accalorata disputa sulla bravura e ad un certo punto, Caterina, che stava fialndo un grosso pennecchio di lana esclamò: "io sono buona di scendere dopo mezzanotte al cimitero, piantare questo fuso dentro e ritornare senza paura". Un'altra, Maria, disse: "ebbene va, noi ti aspetteremo e ti prepareremo i tortelli". Caterina partì, giunse al cimitero, entrò si curvò, piantò il fuso, fece per rialzarsi ma non poteva; qualcuno la tirava per il grembiule e la tratteneva. La Caterina sudò freddo, la paura era oltre 90, fece uno sforzo, riuscì a rizzarsi e fuggire. Giunse all'alpe con un febbrone da cavallo, si buttò sul fieno, le compagne inorridirono: i capelli erano diventati bianchi candidi e nella notte morì. Accompagnando la salma al cimitero le compagne scorsero il fuso piantato e con stupore videro che la parte sotterrata lasciava scoperto un pezzo di grembiule. La Caterina curvandosi aveva piantato il fuso su un lembo del suo grembiule che rizzandosi la tratteneva dandole l'impressione di essere tirata dalle anime dei morti. La leggenda dice che l'infelice Caterina aveva vent'anni. 

LA TUMBA DI CUCITT.

All'alpe Giucola esiste una caverna sotterranea, detta la tumba di Cucitt, ossia la tomba o casa dei pigmei, che in essa abitavano dall'età della pietra. I Cucitt erano sette ed erano tutti di altezza inferiore al metro. Le loro suppellettili e gli utensili della cucina, raccontano che fossero di pietra e che a memoria d'uomo furono rinvenuti appunto alcuni esemplari. La leggenda narra, che uno dei sette Cucitt andando alla sera a far villa in case di alcune pastorelle si fosse invaghito di una di esse, ma buon per lui sarebbe stato se non avesse mai manifestato la sua passione, poichè le altre alpigiane si beffavano della loro compagna sino al punto che quella pensò di sbvarazzarsi del malavventurato.

Quel pigmeo innamorato, tutte le sere andando in villa dalla sua amata, si sedeva sempre allo stesso posto: sopra l'arnià (pietra davanti al focolare) che dal mezzo della stanza riscaldava e illuminava tutto l'ambiente. Una sera, anzi l'ultima sera, la pastorella fece arroventare l'arnià e non tolse la brace fino a quando incominciò a sentire i passetti del suo pigmeo, il quale appena entrato, dando la buonasera, si sedette al suo posto per rialzarsi di botto e fuggire al galoppo gridando:" cu cocc, cu cocc."

"Chi l'ha cocc?" chiesero gli altri Cucitt che se lo erano visto ritornare prima del solito, con gli occhi fuori dalle orbite e le natiche tra le mani. 

"Am sun cocc da par mi" (mi sono arrostito da solo) rispose il povero disgraziato.